Storia di sei ragazzi e tre canoe nella natura norvegese pt. 3

9 Agosto

Questo messaggio è stata l’ultima cosa che sono riuscito a fare prima di sprofondare nel sacco a pelo.
Poi ho iniziato a sentire un enorme stanchezza: da due giorni avevo una gamba decisamente gonfia per via di una ferita, di tanto in tanto me la spremevo ed uscivano fazzoletti di pus. So che l’immagine non è particolarmente felice ma spero che venga ripagata dall’efficacia. Colpito dalla stanchezza mi sono steso su un’amaca montata da Jackie tra le travi del Vecchio Mulino e ho iniziato a leggere. Nel mentre gli altri caricavano sulla riva le canoe così che l’acqua non se le portasse al largo, ci siamo coccolati con la tisana e un buon risotto. Io non riuscivo a fare null’altro che stare ben infilato nel sacco a pelo; la spossatezza e il freddo alle ossa erano le uniche sensazioni che riuscivo a sentire…
Oggi la giornata è decisamente più nuvolosa. Dovremmo arrivare in un paesino e trovare una farmacia anche se improbabile. Lasciammo il buon vecchio mulino con il fisiologico ritardo. Ormai questa lentezza era la settima compagna di viaggio. La giornata di oggi da programma prevedeva la ricerca di un market e di una farmacia. La ferita si era decisamente infettata e non riuscivo proprio a stendere la gamba, ero zoppicante. Senza eroismi però voglio fare la mia parte in canoa lasciando a Sella meno sbatti possibili.
La giornata si mostra serena tanto da meravigliarci e il ritmo di navigazione è più che buono. Il Rouge ci fa notare che è la prima volta che il sole non è nascosto da nessuna nuvola ma è lì, solo, in tutto il suo calore.
Siamo soli nel raggio di centinaia di metri, tre canoe gialle e sei allegri sbandati. Già il giallo delle canoe lucenti ai raggi del sole ti mette di buon umore in più coi ragazzi si stava davvero bene. Jackie che scroccava e offriva drummini, Sella che canticchiava qualche strofa sentita tanto tempo fa e Maffo sdraiato sulla canoa in qualche posizione strampalata. Si era felici e lo si sapeva.

Davanti a noi si apre un immenso bivio. Fortunatamente, Marta in dotazione con le canoe ci aveva donato anche una mappa plastificata che in maniera molto semplice ci guidava in questo viaggio. Nonostante la scelta migliore e più evidente fosse quella di attraversare le due lingue di mare una alla volta decidiamo con fare spavaldo di puntare direttamente alla riva opposta in un disperato tentativo dritto per dritto.
Remare controcorrente è davvero molesto e alla lunga diviene insostenibile. La fatica è tanta e i metri percorsi pochi. Né io né sella avevamo un orologio ma più o meno ogni dieci minuti ci giravamo in dietro in direzione della riva abbandonata con la speranza che la strada percorsa fosse aumentata ed ogni volta rimanevamo delusi.
Come già detto in precedenza la nostra esperienza in tema di navigazione è pressoché nulla. Maffo poteva vantare mesi di lavoro come skipper dal signor Bartolini di cui fieramente porta la maglia addosso, ma a parte una misera paga e un po’ di divertimento a guidare dei motoscafi non credo abbia imparato molto su come pagaiare. Anche perché a guardare l’inafferrabile duo Bertoluzza-Maffei sembra proprio che il secondo di remare ne abbia dato ben poca prova. Povero Thompson, lo vedi sorridente a remare mentre cerca la pace interiore e davanti a sé c’è sdraiato uno strano essere acquatico che si diletta suonando il kazoo. Una sorta di polena in carne e ossa.
Di comune accordo adottiamo una tecnica che a noi pare geniale: alterniamo ritmo costante e tranquillo a brevissimi scatti impetuosi seguiti da uno stallo totale che con la corrente contraria ci riporta più o meno al punto di partenza. A noi il quel momento sembra geniale, che lo sia anche in verità è tutto un altro discorso. Ripetiamo diverse volte questo triathlon ritmico fino a quando non arriviamo al golfo di Kaupanger. A questo punto la corrente ci viene in nostro soccorso spingendoci fino al molo. Spensierati ci lasciamo trascinare.

Attracchiamo, prendiamo il necessario per pranzare e ci incamminiamo, io sempre zoppicando, puntando il centro del paese. Chiedo ad un uomo del porto indicazioni per la farmacia. Purtroppo, mi risponde che il paese più vicino dove incontrare una farmacia a quest’ora del giorno è raggiungibile solo in taxi. Sconfortato da questa risposta rimaneva che concentrarsi sul secondo e trovare del cibo. In cuor mio pesavo di poter aspettare ancora qualche giorno prima di curarmi.
È stata la prima volta che ho mangiato un dado da brodo a secco. Una delle cose più buone che si possa desiderare. Durante quel pasto mangiammo più dado di quanto non ne buttammo nel brodo. Ci rifocilliamo con una pastina in brodo rigenerante mangiando appoggiati al muretto di un cimitero. Una cosa che ho imparato col tempo sui cimiteri è che sono una fonte d’acqua certa. Se hai bisogno di bere puoi stare sicuro che lì una fontanella per annaffiare i fiori ci sarà sempre.
Avremmo dovuto ragionare meglio sul tipo di spesa da fare ma in quel momento desideravamo solo dello schimico: merendine o prodotti da panetteria il cui tasso calorico è il più alto possibile e allo stesso tempo il prezzo il più accessibile. Il market ci presentò un conto salato ma non avevamo grandi pretese, ormai conoscevamo il valore di una corona norvegese.
La pausa è finita, riempiamo le riserve d’acqua e torniamo ai Kayak. L’ora è tarda, abbiamo ancora un’ora o poco più di luce e le mie energie sono al minimo. Usciti dal golfo di Kaupanger mentre pagaiavamo stando accostati alla riva sinistra del fiordo d’improvviso Jakie ci fa cenno in direzione di una testolina che esce appena dall’acqua per poi rituffarsi subito non ci è ancora chiaro che animale sia e poi d’un tratto questa testolina si gira ci guarda qualche secondo: non possiamo sbagliarci è una foca, anzi due e forse tre. Che spettacolo! Obiettivo del Thompson raggiunto.


Estasiati continuiamo il nostro viaggio fino a giungere ad un incrocio. Questo è il nostro punto di arrivo e da domani si torna indietro. Ci fermiamo ad ammirare ciò che ci circonda e riposiamo le braccia. Il Rouge tira fuori una grappa bianca che ci eravamo portati da Bologna comprata a pochi euro alla LIDL. Si fa un po’ di festa. La natura circostante ci innalza e ci ispira a tal punto che il Thompson si mette a cantare canzoni di chiesa e noi a seguirlo. La nostra festa non deve finire recitava la canzone. È proprio così, non vogliamo che quel momento finisca.

Tommy vorrebbe spingerci ad andare oltre con la curiosità di chi desidera conoscere l’ignoto; Jackie, oggettivo ma non pessimista come lui si definisce, ci ricorda con decisione che la via del ritorno non è da sottovalutare e piena di pericoli e avversità. La stanchezza e la dialettica di Jackie ci convincono a cercare un posto dove piantare le tende. Il sole è un giudice severo e quando condanna l’inizio della notte non si torna più indietro.
Sistemiamo le tende a picco su una scogliera e io mi fiondo nel saccopelo. Alla luce della frontale mi metto a scrivere per non dimenticare rivivere i momenti. Poco ottimismo per le condizioni della gamba e tanto sonno.

10 Agosto

Mi sveglio con calma ma la giornata si prospetta lunga. Devo ancora trovare l’antibiotico, decidiamo quindi di separarci per questa giornata. Io parto alla ricerca di una farmacia loro invece partiranno alla ricerca di Frisvick, un piccolo paesino che ci sembra interessante da visitare e che è ad una distanza accessibile e compatibile con l’organizzazione del viaggio. Smontiamo le tende, facciamo colazione e ci rimettiamo in canoa. Mi accompagnano a Kaupangen dove ci salutiamo impegnandoci a risentirci tra le 17 e le 18 così da salvaguardare la batteria del telefono.
Mentre a fatica cammino lungo il molo ne approfitto per chiedere ad ogni persona che incontro le indicazioni per Sogndalsfjøra, se Google dice il vero allora ci sarà una farmacia, la più vicina, che comunque è a più di un’ora di pullman. Sono sconfortato quando le informazioni che mi vengono donate non combaciano tra di loro e questo mi confonde tanto.
Decido per buone le ultime informazioni di un ragazzo che al porto stava vendendo i biglietti per i traghetti, mi suggerisce di andare in centro paese e di attendere le 16:00.Fortunatamente il giorno prima, in cerca di provviste eravamo già saliti sulla collina dove presumo sia il centro abitato. Noi sicuramente, senza indagare, ci eravamo fiondati nel primo market dimenticandoci di scoprire il paese. Ad una prima occhiata ci pareva abbastanza anonimo.
La gamba che mi tormentava inizia con prepotenza a farsi sentire, è come se avesse alzato la voce; d’altronde ora siamo soli, lei ed io. Nessun rumore di sottofondo e il dolore diviene più intenso. Non avendo nessun riferimento temporale non posso dirlo con sicurezza. Niente orologio e telefono spento e la sensazione è che il tempo passi molto lentamente.
Uno dei film di montagna che più mi è rimasto in presso e che ho visto più volte è La morte sospesa Touching the Void, il titolo originale, è la storia vera di due amici alpinisti Joe Simpson e Simon Yates che decidono di scalare l’allora inviolata parete ovest della Siula Grande nelle Ande peruviani.
Mentre cammino mi viene in mente una scena del documentario dove Joe con una gamba rotta ridiscende il ghiacciaio. Le circostanze sono completamente differenti, è evidente.

https://open.spotify.com/track/0rT9KyAEDNr0kbBL5Qfo8k?si=1c6550eeba09443f

Ma in questa scena Joe, che è completamente disidratato, inizia quasi ad impazzire quando gli entra in testa una canzone dei Boney M. nello specifico “brown girl in the ring”. Avete presente quando vi dicono di non pensare ad un elefante con le ali e solo in quel momento vi viene da immaginarvelo. Lo stesso mi accadde con Simon che mi diceva di non pensare ai Boney M. ed in testa si intrappola brown girl in the ring. Solo il ritornello ma all’infinito.
Rido pensando a quanto sono stupido ed egocentrico e mi vengono i brividi a immaginarmi seriamente quanto soffrisse per fare ogni centimetro sulla morena senza alcuna certezza di rivedere la salvezza e l’amico Simon.


Finalmente arrivo alla fermata del Bus e con ansia mi metto a guardare la tabella degli orari. Non ci capisco nulla e continuo a fidarmi delle indicazioni del ragazzo sperando siano giuste. Fortunatamente c’è un orologio che mi pare attendibile, sfortunatamente guardando gli orari alla voce Laurdag, adesso non c’è nessun autobus: uno alla mattina presto e uno dopo le 19. Consapevole che in Norvegia, per la nostra breve esperienza, tutto chiude verso le 18 di quest’ultimo pullman non me ne faccio nulla. Non ho tante possibilità solo la speranza nel ragazzo dei traghetti… Il pensiero che nel nord Europa siano tutti super puntuali mi gita e ormai l’ottimismo inizia a vaneggiare. mi sporgo a guardare l’orizzonte illudendomi che qualcuno arrivi. Non ho molta dimestichezza con gli autobus, durante l’adolescenza giravo solamente in bici: Bologna non è grande e io abito in centro, la bici è oggettivamente il mezzo vincente. I bus li ho presi raramente ma sicuramente non mi reputo un esperto. Se avete bisogno di informazioni sugli autobus a Bologna non chiedete a me, ecco, diciamo così. L’unica linea di cui conosco il disco registrato è il buon vecchio 13 che da Borgo Panigale via Normandia andava a san Ruffillo via Pavese. Il primo capolinea l’ho solo sentito nominare ma non ci sono mai andato, a san Rufillo invece avevo un amico.
Il 13 lo prendevo spesso perché era molto comoda da casa mia per raggiungere Chiesa Nuova, New Church per i più giovani.
Avevamo un buon rapporto io e lui perché gli orari erano tutto fuorché precisi, c’era una rapporto di fiducia. sapevo che prima o poi sarebbe passato e amen. Nessuna aspettativa ma poche certezze.
Quando ero impaziente e decidevo di raggiungere la fermata successiva ecco che il fido compagno decideva di passare esattamente quando ero in mezzo alle due stazioni, come per ripicca, a dimostrazione che avrei dovuto avere fiducia.
Se sei fortunato inizi a correre sperando di incrociarlo prima che arrivi, altrimenti ti sta bene e accetti la cosa incamminando con lo sguardo basso… solo che io questa volta proprio non riuscivo ad andare a piedi: per la distanza, per la gamba e soprattutto per le tempistiche.
Finalmente all’orizzonte appare un bus, mi sembra che tutto sia tornato a girare a mio favore ma subito questo decide per mia grande gioia di svoltare a sinistra e sparire poco dopo. di lui non avrò più notizie.

Il buon VY170 poco dopo arriva, io salgo e insieme arriviamo a Sogndal in perfetto orario, o almeno così si dice. Scendo e ad una giovane donna chiedo indicazioni per la farmacia più grande. A pochi passi dalla stazione dei bus in un grande centro commerciale.
Spiego i miei problemi alla farmacista grazie ad una telefonata a mio babbo che è medico, so di cosa ho bisogno. La signora al bancone si confronta con la collega più giovane e scuotendo la testa mi viene incontro dicendo che per darmi l’antibiotico ha bisogno di una prescrizione medica norvegese. Mi allunga un biglietto con il numero di un centro medico e mi suggerisce di chiamare subito perché sta ormai chiudendo. Digito il numero sul telefono e sento rispondermi un disco registrato che in norvegese vuole sapere il motivo per cui l’ho chiamato. non capendo nulla torno dalla farmacista e stavolta mi lascia l’indirizzo del centro medico e immediatamente mi metto a correre, per cos’ dire…
Anche entrare in questo centro mi mette molto in difficoltà, sono perso dentro una grande casa ospedaliera, sono circondato da tutto personale medico e non riesco a farmi visitare. Esco e vado incontro ad una ambulanza, li fermo e gli chiedo di spiegarmi per bene cosa devo fare. Il mio salvatore è un giovane medico che mi disinfetta la ferita, mi prescrive gli antibiotici e addirittura mi paga lui il ticket. Scappo di nuovo in farmacia che nel frattempo sta per chiudere, qui tutto chiude alle 18. Sono salvo, ho tutto quello che mi serve per curarmi, ora devo solo raggiungere gli altri compagni.
La sala d’aspetto della stazione dei bus si mostra calda e accogliente, fuori sta piovigginando e soffia un forte vento. Il sole ormai è già sceso. Tra i buoni propositi della giornata c’è quello di trovare il mezzo per raggiungere gli altri. L’opzione migliore è quella di salire sul 516 diretto a Balestrand e di scendere a Olmhein che si trova esattamente di fronte a Frisvick.
Mentre riposo le gambe e la testa sono seduto davanti alla tabella degli orari, la porta a vetri scorrevole si apre automaticamente ed entrano un ragazzo ed una ragazza. Penso abbiano circa 30 anni, sono in viaggio da più o meno tre settimane e stanno girovagando in furgone per tutta la penisola scandinava. Proprio oggi il loro furgone ha avuto un guasto al montare e si sono dovuti fermare. Sono con me nella stazione per cercare dei bus per andare a vedere lo Jostedalsbreen in attesa che il meccanico gli sostituisca il pezzo.

lo Jostedalsbreen credo che sia uno dei ghiacciai più grandi d’europa e Tommi ci vorrebbe portare a vederlo una volta terminato con la canoa. Il piano è quello, abbiamo anche già preso la cartina, ma di organizzato ancora non vi è nulla. Lo scopriremo.
La coppia mi saluta, gli auguro buona fortuna e se ne vanno.
Prendo il bus delle 22.05 e come d’accordo scendo a Olmhein. I ragazzi dovrebbero essere nelle vicinanze con le canoe per traghettarci nella riva di fronte dove Maffo e Jackie dopo aver piantato le tende stanno preparando una bella cenetta ghiotta, o almeno così mi immagino.
Purtroppo, dei miei soccorritori non c’è traccia, mi riesco a mettere in contatto con Sella per poi scoprire che le posizioni non coincidono e che entrambi ci troviamo dove avremmo detto di trovarci ma non siamo nello stesso posto. Per raggiungerli ci vogliono ancora 40 minuti di cammino, Olmhein in realtà non è una località ma una piccola frazione che consiste di una chiesa e nient’altro. È buio, sono su una statale, abbasso lo sguardo verso i piedi e in silenzio accelero il passo.
Rivederli mi dà pace. Sono Sella, Tommy e il Rouge, come stabilito. Sono stanchi, infreddoliti e bagnati.
Risaliamo sulle canoe e nel nero della notte iniziamo a pagaiare. Soffia un vento forte e forte è la corrente, la barca a fatica riesce a tenere un andamento lineare, sbanda con facilità. Sono stanco. Siamo stanchi e l’acqua gelida taglia la pelle ad ogni movimento delle braccia.
Nel nero della notte, illuminati da una tiepida luna, di fronte a noi scorgiamo una torcia: sono Jackie e Maffo!
La cena non soddisfa le aspettative è decisamente meno buona di quanto sperato ma soddisfa l’appetito e scalda il corpo. Festeggiamo un poco e felici ci addormentiamo.