
5 Agosto
La mattina del 5 agosto ci eravamo dati appuntamento in via san Vitale a casa di Tommi per smistarci le cose da portare in viaggio, per pesarci e fare un ultimo pranzo ghiotto tutti insieme. Questa volta siamo in sei a partire: Tommi, Maffo, Jackie, il Rouge, Sella ed Io.
Maffi, che è il cugino di Maffo e che non deve essere confuso con LaMaffi, si era offerto di cucinare una bella carbonara. Necessaria prima del lungo viaggio.
Quando preparo uno zaino per un viaggio, nonostante l’abbia già fatto mille volte ho sempre un attimo di esitazione perché non so mai bene cosa portarmi dietro. Con l’esperienza si impara una regola non scritta per cui tutti i vizi che si caricano sulle spalle saranno peso per le gambe. È una piccola grade verità che avevo fissato nella mente guardando una foto in bianco e nero che ritraeva un uomo curvo camminare su per i gradoni della Val Codera con in spalla una damigiana da 54 litri. Roba d’altri tempi. Ma se si voleva bere il vino in qualche modo bisognava pur fare.
Per questo di comune accordo avevamo deciso di portare una bottiglia di grappa e una di rum utili per rinfrancare lo spirito e appesantire poco gli zaini. Stavolta poi il peso non era limitante solo per le gambe ma soprattutto per l’aereo. Dovevamo imbarcare gli zaini in stiva e quindi avevamo il limite di 20kg.
In queste situazioni il trucco è pesarsi prima senza zaino e successivamente con lo zaino in spalla per vedere la differenza di peso. Partimmo tutti con gli scarponi per alleggerire gli zaini.
Ore 13.30 o giù di lì, sicuramente nessuno si è presentato in orario.
L’idea di questo viaggio era quella di navigare in canoa un fiordo poco a nord di Bergen: il Sognefjord.
Partiamo con il furgone giallo di Tommy un Volkswagen con nove posti e ad accompagnarci ci sono la Sofi, LaMaffi e la Marti. Gentilmente ci portano all’aeroporto di Malpensa e loro tre successivamente si fermeranno al lago Maggiore per poi ripotare il furgone a casa.
A noi aspetta un volo Milano-Bergen con scalo a Parigi.
L’aereo decolla in ritardo ma magicamente arriviamo a Parigi in orario alle ore 21. Ancora non mi è molto chiara questa cosa che gli aerei possano partire in ritardo arrivando in orario.
Riusciamo ad avere problemi ad uscire dall’aeroporto “De Gaulle”, gli orari del volo per Bergen non combaciano: sul check-in e sul biglietto ci sono due orari differenti. Per questo motivo momentaneamente ci è impedito di uscire.
Non ricordo bene per quale motivo ma prendemmo un taxi, forse perché in sei persone conveniva rispetto al bus. Anche che i mezzi privati costino meno dei mezzi pubblici è un’altra cosa che non capisco.
L’autista aveva origine asiatiche e lo scoprimmo sorridente e gentile. Ci consigliò anche dei posti dove mangiare a poco prezzo. Era tardi ed eravamo affamati. A sfamarci fu alla fine un kebab niente male che definimmo simpatico.
Ci fermammo al Sacre Coeur per sorseggiare un amaro e nel modo più sbagliato possibile senza parlare una parola di francese trovammo anche da fare un lainz. È proprio il caso di dirlo più che il l’onor poté il digiuno.
Mentre eravamo a rilassarci guardando Parigi dall’alto, in un momento strampalato, Jackie se ne uscì con una proposta a cui non abbiamo saputo dire di no. Così convince tutti e sei ad andare verso la torre Eifel.
Eravamo stanchi, io personalmente tantissimo; ero partito diretto per la Norvegia dopo essere tornato a casa da un campo scout solo la sera prima. Ci concedemmo di ammirare i dintorni del Sacre Coeur e magicamente trovammo un divano. Siamo partiti alla ricerca della famosa torre da tre minuti e già ci siamo fermati seduti sul divin-divanetto. In cuor mio sono felice, sono stanco e quella piazzetta è veramente accogliente. Si sta veramente bene. Quell’angolo di Parigi ha qualcosa a che fare con Dalì anche se precisamente non ricordo, forse era stata casa sua.
Passiamo diverso tempo tra street-boulder con pessimi risultati e una lezione improvvisata di Lindy-Hop.
L’impresa di trovare l’Eiffel sembra impossibile, le forze sono allo stremo ma ripartiamo con la stessa tenacia di chi la notte barcolla in cerca di un caldo fornaio. Due sono i dogmi che ci imponiamo per questa sessione di orienteering: niente mappe e soprattutto niente telefoni. Pena: l’infamia.
Durante questa folle corsa una dolce musa accompagna il cammino: una radio a dinamo di Tommy che caricandosi emette un suono simile ad uno scratch. Maffo si diletta e ci allieta.
Scrutando tra i tetti di Parigi, della torre non vi era traccia e in breve tempo capimmo che la strada sarebbe stata lunga e faticosa.
Erano circa le 5 del mattino quando la stanchezza prese il sopravvento. Sulla rive Gauche, affianco ad un muretto che ci riparava dal vento ci fermammo per un breve riposo.

6 Agosto – Alba
Sono passate poche ore da quando ci siamo addormentati e siamo già di nuovo in piedi. Un gruppo di corridori ci passa a fianco mentre ci sistemiamo. Il solo pensiero di correre la mattina così presto mi fa capire che droghe meravigliose siano le endorfine. La torre Eiffel ora è a pochi passi e non possiamo permetterci di farcela scappare. Ci viziamo facendo colazione in un bar e come potete immaginare un caffè nel settimo arrondissement si paga a caro prezzo, un cappuccino, e Jackie uscirà con 7 euro in meno.
Quando giungiamo alla tanto bramata e agognata torre a nessuno ormai importa più tanto, una foto veloce a documentare il fatto e scappiamo a cercare la metro per riprendere l’aereo in tempo. Non desideriamo altro che addormentarci davanti all’imbarco.
Tra linee di metro soppresse e terminal sbagliati ci mettiamo più del previsto ma finalmente giungiamo al gate. Finalmente dormiamo un po’.
Data la grande stanchezza è difficile che qualcuno di noi abbia tenuto gli occhi aperti per più di un quarto d’ora e così il l volo è passato in fretta.
Atterriamo a Bergen con un modulo in meno, il mio, e lo zaino di Jackie con qualche buco di troppo. Un sentito grazie ad Air France. Lo scopo del pomeriggio è quello di trovare assolutamente una cartina dello Jostedalsbreen e delle bombole per i fornelli. Riusciamo a trovare la prima, mentre le bombole purtroppo sono introvabili, o meglio ci sono ma i nostri fornelli hanno un diverso innesto e le bombole che vendono in Norvegia non sono compatibili. Questo complica non poco il viaggio. Avremo solo il fornello di Jackie funzionante… È un grosso problema ma è anche tardi, i negozi sono ormai chiusi, diluvia e questa città iniziamo a non sopportarla più. Sarà la stanchezza o il costo della vita che ci pare spropositato, sarà la pioggia, sarà che non riusciamo a trovare un posto dove dormire ma appena abbiamo l’occasione fuggiamo su un treno diretto a Voss.
Confortati dal calore del treno e sollevati dall’idea di poter andare a letto in tempi brevi ci rilassiamo in un accogliente e soprattutto asciutto vagone di seconda classe. Scendiamo alla stazione di Voss e sotto una leggera pioggia ci incamminiamo alla ricerca di uno spiazzo dove piantare le tende. A piedi costeggiamo la riva di quello che credevo essere un fiordo.
Attraversiamo un boschetto e decidiamo di appoggiarci in una radura a pochi passi da un campeggio. Sappiamo di non essere troppo anti-sgamo ma la stanchezza e la pioggia ci convincono a non andare oltre e a rimanere lì. Montiamo rapidamente le tende e ci coccoliamo con una tisana allo zenzero. C’era la possibilità di una tisana al mirtillo che sarebbe stata molto più confortevole ma qualcuno di noi disgraziatamente si è imposto per quella allo zenzero… Nel dubbio la correggiamo con un grappino.
Dimenticavo un fatto importantissimo. In treno il nostro vagone era diventato irrespirabile per colpa dei dannati piedi di Jackie o per colpa di una scatoletta di sgombro che si era aperta proprio nel mio zaino, verosimilmente per entrambi i motivi. Maledetta AirFrance!
Neanche il tempo di bere un sorso di tisana che si avvicina minaccioso, ma a dirla tutta neanche troppo, un signore bello paffuto armato di gilet giallo che ci intima di andarcene perché quel timido boschetto era una zona protetta. Vorremmo ribattere e chiedere spiegazioni ma non abbiamo neanche il tempo di pensare che scompare nella nebbia.
Presi malissimo, o almeno parlo per me, rifacciamo su le tende e sempre sotto la pioggia torniamo in stazione con l’idea di dormirci. Calda e accogliente la sala d’aspetto ci sembra la giusta ricompensa dopo tutti gli sbatti. Ma poiché “ogni storia ha la stessa illusione sua conclusione” come canterebbe qualcuno… un altro uomo dell’identica stazza e compostezza, ma stavolta disarmato, gentilmente ci dice che non possiamo stare neanche lì e ci mostra due differenti possibili scenari: il tetto di una casa poco distante o il portico della stazione. Optiamo per la seconda.
Alcuni di noi ancora oggi sostengono che i due vigilantes fossero in realtà la stessa persona uno con e l’altro senza gilet jaune.
Il luogo sembra particolarmente ostile: freddo come può essere fredda la stazione di un semisconosciuto paesino della campagna norvegese, duro il pavimento come qualsiasi cemento su cui ci si sdraia senza modulo e completamente illuminato da neon che neanche Anfield durante la finale di coppa dei campioni… Insomma, non il posto migliore dove dormire.
Piano piano ci sistemiamo entriamo nel sacco a pelo e dolcemente la stanchezza ci porta lontano. Senza dubbio la migliore dormita dell’intero viaggio.





